giovedì, gennaio 21, 2010

La Top 20 del 2009

Vabbè, mi tocca. Ogni anno occorre farlo, è una stupida abitudine, ma è divertente e poi può servire per segnalare qualcosa che magari non avete sentito.
Ecco la mia personale classifica dei migliori album del 2009. Non si tratta di una classifica di qualità effettiva, ma solo di una classifica ispirata al mero gusto personale.

1) Circulus - "Thought Becomes Reality"
Questo è l'album migliore dei Circulus, che non contenti di essere una band di nicchia di una casa discografica indie di nicchia, si sono licenziati per fondare la loro personale casa discografica, per essere ancora più indie. E a noi indie snob questo piace, nevvero? Unite qualcosa dei Jethro Tulls a elettronica molto vintage, metteteci dentro psichedelia, brit pop, musica estremamente medievale, mescolate con testi su folletti, orti inglesi, pensieri che diventano realtà, piccole creature dei boschi, corpi fatti di luce e via dicendo, recitate con un accento che più inglese non si può, e ottenete una vaga idea di cosa possono essere i Circulus. Inutile dire che, se li ho messi al primo posto, li adoro smodatamente.

2) The Horrors - "Primary Colours"
Sì, c'è lo zampino dei Portished e si sente. Questo è il miglior connubio tra punk e rock che ho mai sentito dai tempi dei Ramones, e scusate s'è poco. Da ascoltare e riascoltare in continuazione.

3) Grizzly Bears - "Veckatimest"
Vengono bollati come un po' troppo soporiferi, ma io li adoro a dismisura questi americani che riescono a fondere l'acustico con l'elettronica, la composizione sinceramente poetica alla Simon&Garfunkel con la sperimentazione elettronica più raffinata fino a entrarti sottopelle in un profondo mare di rassicurante incubo psichedelico in cui è dolcissimo annegare. È l'album che mi dice di più, dal punto di vista della profondità intellettuale, del componimento poetico e della ricerca musicale. Se solo fosse un pelino più orecchiabile, si piazzerebbe al primo posto della classifica.

4) Editors - "In This Light And On This Evening"
E lo stile regna sovrano, in un turbine piacevolmente soffocante di cupissimo incubo rock elettronico, a metà strada tra i primi Depeche Mode e l'indie rock. Non aggiunge nulla agli splendidi album precedenti, ma ne uguaglia perfettamente lo splendore.

5) Doves - "Kingdom Of Rust"
Ovvero: come dovrebbe essere il pop. Si tratta di un album densissimo di ballate e canzoni tutte rigorosamente orecchiabili, fascinose, sincere e ispirate. Siccome esistono i Doves, non ha senso continuare ad ascoltare altri gruppi pop come i Coldplay. Che aspettate a buttare via tutti i loro dischi e comprare immediatamente quelli dei Doves?

6) Muse - "The Resistance"
"Senbee", mi chiederete, "e in mezzo a tutto 'sto indie, che ci fanno i Muse?" Ci fanno la loro porca figura, rispondo io, perché il fatto che gli altri siano tutti provenienti dalla scena indie non è voluto esplicitamente dal sottoscritto, ma è solo il risultato dello stato pietoso in cui sono messe le major discografiche oggi. Diciamolo subito: questo è il peggior album dei Muse. Troppo citazionista, troppo "fatto per scherzo", troppo sopra le righe, troppo roboante, barocco, megalomane e sarcastico. Ma è proprio il suo esagerare, il suo uscire totalmente dai limiti del ragionevole, che mi piace assai. Colmano peraltro la mancanza dei Queen, sia per l'atmosfera generale (tragico-ironica-kitch, orecchiabilissima ma apparentemente schizzatissima e sperimentale), sia per lo stile che in un paio di canzoni viene citato esplicitamente, addirittura con campionamenti da assoli di Brian May. Preferisco i Muse di "Knights of Cydonia", ma non è mai troppo tardi per ritornare ai fasti di quel pezzo splendido.

7) Sunset Rubdown - "Dragonslayer"
Qui siamo tra gli ultimi Beatles e il primo David Bowie: le idee spumeggiano e lo stile convince, dice davvero qualcosa senza piazzarsi nell'ambito del mero esercizio di stile come purtroppo fanno molte altre - pure ottime - band dal Canada.

8) Ebony Bones! - "Bones Of My Bones"
Bisogna anche divertirsi, no? Bene, erano anni che non sentivo musica così. Così sinceramente goduriosa, intendo. Siamo tra i primi Beastie Boys e le Cansai De Ser Sexy (il primo album intendo, non quella commercialata del secondo). Quella musica che è perfetta se sei sulla spiaggia con 50 amici e amiche nudi e ubriachi, quando capisci che è tutto troppo anarchico e divertente per non finire in ospedale o in Questura, ma intanto te la godi e ti scateni di brutto.

9) Mi Ami - "Watersport"
Una sola parola: nevrastenia. Questo è un album sinceramente, genuinamente nevrastenico. Una di quelle cose che dopo dopo averle ascoltate ti ritrovi a chiedere scusa in bagno piagnucolando come Roger Waters in "Don't Leave Me Now" di The Wall. I "Mi Ami" vengono dallo scioglimento dei grandissimi Black Eye, e ne sono la naturale continuazione, o meglio l'inevitabile decorso psichiatrico.

10) The Prodigy - "Invaders Must Die"
I ragazzi terribili dell'elettronica più burina e di cattivo gusto, riescono una nuova volta nell'intento di creare il disco più genuinamente ignorante dell'anno. È quell'ignoranza sapiente, quella che ti fa sentire un cretino discotecaro impasticcato ma inspiegabilmente fierissimo di esserlo.

11) Yeah Yeah Yeahs - "It's Blitz"
Qui mi sento più indie e meno snob... Un disco così più volutamente modaiolo rispetto ai precedenti di questa strabiliante band probabilmente avrà fatto storcere il naso a più di un critico in cerca di musica "pura", ma sono cazzi loro: questo album è divertentissimo, orecchiabilissimo, proprio bello da ascoltare e mirabilmente prodotto. Siamo al rock-trance, diciamo, come genere, anche se non è molto definibile.

12) Kasabian - "West Rider Pauper Lunatic Asylum"
Effettivamente, non c'è nulla di nuovo in questo album di brit pop allo stato puro. Ma colma diligentemente la terribile mancanza che lo scioglimento dei Blur e la pietosa bollitura degli Oasis dopo solo il primo album hanno lasciato nel mio cuore.

13) The Decemberist"The Hazards of Love"
Mischiando sapienti ballate rock a scale frigie, i canadesi Decemberist sfornano un album estremamente affascinante laddove, specie negli interludi, riescono a creare quella magica atmosfera dell'alba, ti sembra quasi di sentire l'odore della bruma e dell'aria frizzante che sale tra i boschi mentre un pallido sole rischiara timidamente i selvaggi paesaggi canadesi.

14) Mùm - "Sing Along To Songs You Don't Know"
Mi piace molto, questa band islandese che fonde da anni la musica tradizionale locale, suonata con strumenti stranissimi, con originalissima e quasi nascosta elettronica, senza mai tralasciare un sano sperimentalismo anche molto spinto. La voce soffusa e ipnotica della cantante e la dolcezza onirica delle composizioni rende questa band, e questo ennesimo bell'album, qualcosa di nuovo, una boccata d'aria fresca nel panorama asfittico della musica popolare contemporanea. E poi sono islandesi, come Bjork. E si sente, molto.

15) Dead Weather - "Horehound"
"Wow! Sembra quasi il nuovo album dei White Stripes!" Poi leggi bene i credits del CD e vedi che c'è Jack White alla batteria. Eh eh eh, vecchio marpione!
Insomma, niente di nuovo anche qui, ma se vi piace il genere - come al sottoscritto - questo è un album coi controfiocchi. La mia preferita è "I cut like a buffalo", che sembra realmente provenire da un'altra epoca ahimè dimenticata.

16) Neko Case - "Middle Cyclone"
Neko Case è la cantante e autrice dei "New Pornographers", storica band canadese di tutto rispetto. Questo suo album solista, pur soffrendo di una certa convenzionalità (che però le ha procurato un posto nella top ten americana, unico caso di musica indie che scala le classifiche USA), è ricco di canzoni davvero belle. Si tratta di puro songwriting, come tanto piace a me. La speranza per la bravissima, nostalgica Neko Case, è quella di rimanere in vetta alle classifiche senza fare la fine che hanno fatto le conterranee Alanis Morisette o l'inascoltabile Lavigne.

17) Beirut - "March Of The Zapotec" / Realpeople - "Holland"
Si tratta di un doppio EP, curiosamente realizzato dalle due diverse anime dello stesso autore, Zach Condons: la prima, ("Beirut") è influenzata dalla musica messicana con banda di ottoni e atmosfere che a noi potrebbero ricordare vagamente la musica balcanica; la seconda ("Realpeople") è influenzata dalla musica elettronica pop minimalista. Nonostante la totale diversità di arrangiamento, si sente chiaramente che è lo stesso autore, e questo gli fa decisamente onore, perché lo stile e il genere sono due cose completamente diverse, concetto che molti ahimè continuano a non capire.

18) Passion Pit - "Manners"
Esordio col botto: canzoni una più bella dell'altra, di perfetto pop ma arrangiate con elettronica piuttosto originale. È la quantità impressionante di invenzioni che stupisce, molto più della loro effettiva profondità. Capiterà sicuramente che prima o poi qualcuno estrarrà pezzi qua e là da questo album e ne trarrà una cinquantina di canzoni di successo. Non è il mio genere, non mi tocca il cuore, ma mi devo inchinare all'oggettiva quantità e qualità di invenzioni che eruttano come da un vulcano appena scoperchiato. È un album talmente ricco, che si apprezza bene solo dopo parecchi ascolti. L'augurio è quello di aggiungere un po' più sostanza in futuro e sperare che non si tratti di un fuoco di paglia.

19) Phoenix - "Wolfgang Amadeus Phoenix"
A colmare la desolante mancanza di buona musica pop rock nel panorama musicale contemporaneo ci pensa quest'anno la Francia, con questo album strabiliante, in cui ogni canzone è un singolo potenzialmente di infinito successo. In realtà c'è poco di nuovo in questo perfetto rock molto brit e molto elettronico, a metà strada fra le sonorità più francesi degli Air e quelle più rock dei britannici, ma quello che c'è funziona benissimo.

20) Iron & Wine - "Around The Well"
Ok, questa è solo una raccolta di inediti e di rarità, ma si piazza lo stesso nella classifica tra i migliori album del 2009 perché il grande Samuel Beam (alias Iron & Wine) è il miglior compositore di ballate poetiche di oggi, ideale continuatore di quel filone che parte da Bob Dylan, passa per Simon & Garfunkel e Joan Baez, fa capolino in molta produzione di John Denver e arriva sino ai primi Belle & Sabastian. Insomma, avete capito il genere: da ascoltare e ricantare con la chitarra, stando sempre bene attenti ai testi.


Spiace lasciare fuori dalla classifica gli U2, Bruce Springsteen, Sting e altri "big" usciti nel 2009 col nuovo album, ma c'è poco da fare: sono bolliti. Sono chiaramente album motivati da scadenze contrattuali e non da ispirazione sincera.
Spiace anche non inserire in classifica l'album che quasi tutti i siti di musica indie segnalano come il migliore dell'anno: "Merriweather Post Pavilion" degli Animal Collective. Ne apprezzo certamente l'innovativa e formidabile tecnica con cui si è creata vera e sana psichedelia con complessissime voci pop e strumenti veri mischiati ad elettronica sofisticata, ma come sentimenti non mi dice proprio nulla. Voglio dire: come invenzione musicale ed ispirazione è il solito gnegnè americano che ascoltano i teenagers in cuffia quando vanno al college in skateboard. Bleah.